COMPETIZIONE ALTERNATIVA
Il mese scorso abbiamo organizzato un evento di competizione alternativa, unendo il parkour a una challenge divertente. Ma che cos'è la competizione alternativa e perché abbiamo deciso di allontanarci dal modello tradizionale?
Continua a leggere l'articolo per scoprire la nostra visione!
Che cos'è la competizione alternativa?
Esistono modelli alternativi di competizione che cercano di creare una competitività più sana limitando gli elementi che rischiano di ledere il benessere dei partecipanti. L'obiettivo primario di questi modelli è il divertimento e la crescita degli individui.
Perché abbiamo bisogno della competizione alternativa?
Le competizioni tradizionali possono in certi casi portare con loro sentimenti negativi come stress eccessivo, desiderio di primeggiare, invidia e superbia. Nascono per questo motivo dei modelli alternativi.
Sia chiaro che non è la competizione in sé a essere sbagliata. Essa, quando si impegna per agire nel rispetto di ogni individuo, può condurre a una crescita, sviluppando la capacità di gestire lo stress e la sconfitta. Ciò che rischia di creare problematicità sono determinati meccanismi che trasformano uno spazio potenzialmente positivo in un ambiente fatto di giudizi e rivalità.
Le pressioni subite dagli atleti rischiano di determinare sentimenti di opposizione che superano ogni misura e che sfociano nell'odio. Dunque il fine della competizione rischia di trasformarsi nel superamento e nel totale annullamento dell'avversario per primeggiare.
La competizione standard è strutturata per mettere in primissimo piano il pubblico, quindi l'individuo che gareggia rischia di essere ridotto a strumento per intrattenere una massa di persone, perdendo la propria dignità. La quantità di stress a cui l'atleta è sottoposto può, in certi casi, superare di gran lunga il valore che permette la crescita, conducendolo a uno stato di forte tensione a causa delle elevate aspettative del pubblico e della giuria. Nessuno sembra più considerarlo umano, ma solo uno spazio bianco su cui scrivere un numero. Il risultato dell'atleta determinerà come sarà trattato e come si sentirà alla fine della gara. Se esso sarà stato abbastanza alto verrà elevato a eroe, mentre il resto dei concorrenti cadrà nell'abisso degli sconfitti. Se esso non sarà stato sufficientemente alto da assicurargli un posto tra i campioni, l'atleta verrà fatto sentire inadeguato e tutti gli sforzi dei mesi precedenti verranno considerati sprecati. Ma è davvero possibile che questo sistema sia giusto e oggettivo? È davvero possibile trasformare gli esseri umani in numeri e ordinarli su un podio come se fossero gli elementi di una lista della spesa?
Gli esseri umani possiedono una componente che sfugge ai semplici rapporti tra numeri: hanno emozioni e sentimenti, hanno una personalità, hanno dei pensieri, e questi elementi non possono essere valutati oggettivamente in nessun modo. Una persona non può essere giudicata né da una performance, né da cento: l'essere umano ha dentro qualcosa di non giudicabile.
Riflettendo sulla struttura competitiva tradizionale, ci siamo chiesti se sia giusto che, su cento partecipanti, ci sia un solo vincitore e novantanove sconfitti.
È assolutamente necessario giudicare gli atleti attraverso numeri nel tentativo vano di trovare un criterio di valutazione oggettivo?
E che il vincitore sia posto sulla vetta di un podio come se si trattasse di un re sul trono?
E che il pubblico si divida in fazioni, lanciando insulti come bombe su un campo di battaglia, per fare il tifo a specifici concorrenti?
La rinuncia a questi elementi comprometterebbe forse la crescita personale dei partecipanti, oppure la favorirebbe?
Il gioco: la base dei modelli alternativi di competizione
Per comprendere a pieno i modelli alternativi di competizione bisogna innanzitutto definire il concetto di gioco: quel momento in cui, tra amici, si instaura un ambiente di sfida spontaneo. La differenza maggiore rispetto a una gara sta nel peso che diamo alla sfida. Nessuno si sentirà mai negativamente inferiore in un contesto di gioco, poiché non c'è trono dei vincitori e non c'è abisso degli sconfitti: ne manca la voglia, ne manca la necessità. In un gioco non vi è poi criterio di valutazione se non quello accordato tra i partecipanti. Questo può essere, in base alla loro volontà, più o meno limitante e molto difficilmente prevede il ricorso a numeri.
La competizione alternativa si basa proprio sulle premesse del gioco.
Quando il traguardo è collettivo: competere in squadra senza creare sconfitti
Esistono moltissimi modelli di competizione alternativa, potenzialmente infiniti. Noi abbiamo provato ad applicarla modificando la concezione tradizionale della squadra. Nella maggior parte delle gare, essa si configura come un gruppo chiuso e fortemente identitario: i membri tendono a percepirsi come un'entità unica in contrasto con l'esterno. Noi abbiamo distrutto i confini della squadra, proponendo una sfida in cui i legami tra i partecipanti si rompono e rinascono continuamente.
Il gioco inizia con quattro squadre di quattro colori diversi. L'obiettivo dei partecipanti è rubarsi dalle mani a vicenda dei triangoli contrassegnati dal colore della rispettiva squadra. Quando il proprio triangolo viene rubato, si entra nella squadra del giocatore che ha compiuto il furto. Il gioco finisce quando tutti i giocatori fanno parte della stessa squadra.
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Questo modello determina una fusione tra le categorie di amici e di nemici: durante il gioco si cambia continuamente gruppo di appartenenza, quindi i partecipanti non sono né sempre avversari né sempre alleati, ma sono una via di mezzo. I sentimenti negativi, che spesso nascono proprio dalla rivalità tra le squadre, sono così eliminati, perché ogni giocatore è consapevole che i suoi rivali potrebbero diventare compagni da un momento all'altro. Essere avversari non è quindi una realtà sostanziale e definitiva, ma è una condizione modificabile e una porzione di tempo limitata che non può determinare il nostro rapporto con gli altri.
Anche le categorie di vincitori e di sconfitti vengono fuse. Ciò che di norma determina la sconfitta, può in questo caso rappresentare l'inizio di un percorso verso la vittoria, attraverso l'ingresso in una nuova squadra. La vittoria non si configura quindi come un'esperienza limitata a un élite, ma come un fatto collettivo: alla fine del gioco vincono tutti, anche se nel corso di esso hanno dovuto cambiare gruppo più volte.
I diversi partecipanti non si impegnano per sconfiggere e annullare il prossimo, ma per portarlo all'interno della propria squadra e vincere insieme a lui. Il gioco quindi, considerato sul piano teorico, non si mostra come una rivalità tra gruppi, ma come lo scontro tra due energie opposte. Il vero nemico da sconfiggere è la forza che tende ad allontanare le persone le une dalle altre: si tratta della challenge stessa, la quale attribuisce a ciascuno una squadra di appartenenza. I giocatori finiscono invece per costituire un'unità: nel loro insieme rappresentano la forza che tende ad abbattere le barriere identitarie e ad avvicinare le persone. La vittoria arriva quando tutte le barriere cadono e tutti i partecipanti fanno parte di un unico gruppo, senza più distinzioni tra squadre.
Il nostro messaggio per voi
Siamo fermamente convinti del grande valore che può essere portato dai modelli di competizione alternativa e vogliamo continuare a condividere la nostra visione. Per noi lo sport è prima di tutto benessere fisico e psicologico. La competitività può essere fonte di crescita e di evoluzione, tuttavia esiste un confine oltre il quale questa rischia di portare a risultati opposti. Perciò continueremo a portare avanti il nostro obiettivo di creare contesti in cui al centro sia posto, prima di ogni altra cosa, l'individuo.
Agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.
(I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi)
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